FriendFeed e la regolazione del volume

 

(Image courtesy of CoolestTees)

Essendo avverso a ogni forma di ballo quando partecipo ad un rinfresco di matrimonio sono solito ritrovarmi impegnato in conversazioni con altri uomini non-danzanti (e nel caso non ve ne siano  temporeggio bevendo spuma).

Friendfeed mi ricorda molto questo genere di consessi. Tipicamente sono al tavolo con FOAF mai visti prima (“io sono il cugino dello sposo, voi siete amici della sposa?” “io sono il suo ex” “anche io” “anche io” “anche io, però sono anche il fotografo” “io spero di essere il prossimo”) e vengo introdotto nelle conversazioni in virtù di questi legami.

Come su FF, fingendo di rifornirmi di salatini con nonchalance passo da un gruppetto all’altro, da una conversazione all’altra.

Quel che mi manca molto su FF è la capacità di modulare il volume in base al thread.

Mi spiego: prendiamo il caso di due miei amici A e B .

foaf

Se io commento o gradisco un post di A, B si ritroverà il post di A nel suo stream, in quanto potenzialmente interessante.

foaf-stream

Purtroppo però a volte (quasi sempre) i miei commenti sono banali facezie condite di doppi sensi e giochi di parole, quindi B si ritrova esposto a una conversazione per lui poco interessante, a del rumore di fondo. A invece condivide con me la passione per il calembour e gradisce molto questi miei interventi.

Sono di fronte a un bivio: come posso accontentare A senza annoiare B?

L’ideale (imho) sarebbe utilizzare i gruppi per limitare il broadcast. Nel commentare il post di A, indico che quella conversazione va limitata ai miei contatti nel gruppo “quelli in grado di sopportarmi”. B non viene a conoscenza del post di A, se non attraverso altri FOAF.

Ah, per concludere il parallelo FF/rinfresco di matrimonio posso dire che la Grande Azienda è la sposa che ci rimane male perché ha pianificato tutto per mesi e ora, proprio quel giorno, la gente fa quello che vuole.

Wordcamp, tavola rotonda giornalisti-blogger

Ero al Wordcamp 2009, per assistere alla tavola rotonda fra giornalisti e bloggers.

C’era già stata un’anteprima su Friendfeed (vedi minimarketing).

Ad un certo punto Marcello Foa (La Stampa), che fino a quel momento diceva cose intelligenti e condivisibili, ha tirato fuori l’argomento delle statistiche: “cosa parliamo a fare di contenuti tanto poi le pagine più cliccate sono quelle del grande fratello/noemi/veline”.

E’ la variante del più comune “il pubblico vuole merda, diamogli merda”.

Non ho fatto in tempo a intervenire perché lo spazio per le domande era poco e le domande molte. Al posto mio è intervenuto un ragazzo che ha spiegato che se muore Il Foglio (5mila copie la tiratura) ci saranno persone disperate che non potranno sopravvivere. Altro mal non venga, ho pensato.

Mi sarebbe piaciuto ribattere dicendo che

  • ci clicchiamo, ma non vuol dire che ci piace
  • “gli uomini si assomigliano molto nelle loro emozioni primordiali, e si differenziano molto nei loro interessi culturali. Chi è costretto a fare grandi numeri, gli basta essere volgare” (Foster Wallace citato da Gaspar Torriero qui)

Ma non ascoltavano Gaspar Torriero seduto sul palco insieme a loro, figuriamoci se avrebbero ascoltato me.

Lo strano caso del Web 2.0

“… Bene, tutto molto bello Mr. PiccoloImprenditore. Ora mi sono più chiare queste dinamiche, i social, la rete. Avrebbe anche dei casi di successo da illustrarci? A parte i soliti tre o quattro, intendo.”

E’ a questo punto della riunione che mi chino, facendo finta di prendere un documento dalla borsa. In realtà estraggo un fumogeno che innesco sotto lo sguardo basito dell’Amministratore Delegato e del Direttore Marketing, saturando in un attimo la stanza e facendo scattare l’allarme antincendio. Gente che corre, sedie rovesciate. Urla, accorre qualcuno dal corridoio. Recupero il notebook dal tavolo della presentazione e stringendomelo al petto mi tuffo infrangendo la finestra sul retro. Rotolo sul selciato, confidando nel perfetto funzionamento del meccanismo di shock-protection disponibile su questi portatili (MacBook Pro).

Mentre mi affretto per raggiungere il parcheggio principale, una domanda mi assilla: perchè? E’ la quarta presentazione nel giro di 3 settimane che finisce così. Perchè è così difficile “vendere” il web 2.0 alle aziende?

Forse è prima di tutto una questione di nomi. “Web 2.0” è abusato e troppo ampio. “Web partecipativo” è in italiano. “Social media” no, troppa assonanza con “mass media”. In fondo la posta elettronica esiste da parecchio tempo ma nessuno l’ha mai etichettata “social” pur avendo molte caratteristiche proto-social. Cosa rende “social” questi cosi? La rete di contatti? Il FOAF? Forse sono solo degli strumenti che servono alla necessità di socializzare. Si, strumenti sociali.

 Social tools, può andare.

Raggiunto il mezzo mi accorgo di essere inseguito dagli agenti della sicurezza. Parto a tavoletta sollevando una nuvola di polvere e ghiaia. All’uscita il custode ha  azionato il cancello automatico che lentamente si sta chiudendo. Tiro quindi al massimo il 50cc del mio Apecar… presto… presto… si sta chiudendo… più veloce…  maledizione! Non ce la faccio. Inchiodo proprio davanti all’uscita, col cancello ormai a mezzo metro dalla chiusura completa. Scendo, metto la mano davanti alla fotocellulla causandone la riapertura, riparto sgasando e benedicendo le normative sulla sicurezza in materia di  chiusure automatiche (EN 12453-EN 12445).

Lungo i 245 km di statale che mi separano da casa ho tempo di pensare. In fondo sto cercando di vendere strumenti sociali. Cosa fa la gente per socializzare? Cazzeggia, perlopiù. Discute del tempo. Chiacchera. Vendere strumenti per l’automazione del cicaleccio alle aziende non è una grande idea, se il cicaleccio non riguarda loro. No, serve un’altra strategia. La collaborazione. La gente collabora meglio se riesce anche a socializzare. Si, questa può funzionare. Grandi progetti, l’open source. Ottimo. Aggregazioni spontanee, temporanee e informali di individui che guidati da un progetto comune lo portano a compimento a costi ridotti e tempi inferiori rispetto ai metodi tradizionali. I progetti social-collaborativi su Internet sono molto più efficienti. Perfetto.

Però le aziende nascono con lo stesso scopo:organizzare un gruppo di individui riducendo i costi di coordinamento. Quindi un “progetto collaborativo” su Internet lo vedranno come:

  1. minaccioso, se fa una cosa che fanno già le aziende tradizionali, che abbia un mercato ;
  2. irrilevante, se fa una cosa per cui non c’era mercato prima, perché troppo costoso o perché non possibile tecnicamente;

Esiste il terzo caso? E’ possibile trovare business che hanno un mercato e trasferirli nelle mani della “collaborazione collettiva” senza perderne completamente il controllo? Per dirne una, come li pago poi? C’è parecchio da lavorare, qui.

Arrivato a casa, riabbraccio i bambini e la moglie. Lei alza un sopracciglio, mi guarda sospettosa e mi fa “hai dei frammenti di vetro sul colletto… non ti starai mica vedendo con un’altra?”

Ah, le donne.

Businessnovela

Parlando di innovazione si sente spesso dire che in Italia manca la cultura imprenditoriale, mancano i capitali, manca la voglia di rischiare, quel mix di “fattori ambientali” che favorisce la nascita e la crescita di aziende innovative. La frase che chiude queste discussioni è la solita “Google (o Amazon, o Microsoft) non sarebbe mai potuta nascere qui in Italia”.

Questa businessnovela parte da qui: può la prossima Google vedere la luce in Italia? E se invece dei fondatori americani si fossero lanciati nell’impresa due nostri connazionali? Cosa sarebbe successo se Larry Page e Sergey Brin fossero nati nella bassa Lodigiana?

Eccovi l’episodio pilota appena scaricato dai circuiti p2p. Attenzione, è una versione grezza priva di effetti speciali.
 

Episodio 0 – le origini

Sergio Brimbilla e Lorenzo Pagina hanno appena finito l’università laureandosi con il massimo dei voti. E’ il 1996. La loro tesi è incentrata sui motori di ricerca.

(Cortili dell’ateneo, esterno giorno.)

Sergio: “… e secondo me è una buona idea. Fra poco tutti potranno farsi il loro sito web, e ce ne saranno miliardi. Come fai a cercare quello che ti interessa? Con una directory?“

Lorenzo: “Ho capito, certo. Ma la vedo lunga. Ti immagini mia mamma che si collega a Internet, con quello che costa? E poi c’è già Altavista.”

S: “Altavista fa schifo. Devi sempre aprire i risultati uno per uno, pagina dopo pagina, prima di trovare quello che ti serve. Il nostro motore potrebbe dare direttamente il risultato giusto o pochi risultati rilevanti, se l’indicizzazione è fatta correttamente. Anzi, potrebbe avere un pulsante che fa saltare direttamente al primo risultato della ricerca. Qualcosa del genere.”

L: “Si, ma devi essere fortunato.”

S: “Allora la facciamo una start-up o no?”

L: “Servono soldi. E io non ne ho.”

S: “Possiamo sempre cercare finanziamenti. Che so, in banca.”

(Due mesi dopo. Banca, interno giorno, a colloquio col direttore.)

Direttore: “La nostra filiale non finanzia aziende con meno di tre anni di attività.”

S: “Ma siamo una start-up! Come possiamo avere 3 anni di attività?”

Dir: “Ragazzi, ve lo devo proprio dire: abbiamo esaminato a fondo il vostro business plan. Non sta in piedi. Il nostro esperto di nuove tecnologie ha detto che quello dei motori di ricerca ormai è un business maturo, suggerisce di fare un portale invece. Dice che la gente deve necessariamente partire da un portale, potreste vendere la pubblicità.”

L: “E’ sicuro che non ci sia altro modo? Se cambiamo il business plan, magari aggiungendo più consulenza…”

Dir: “Mi dispiace. Siete molto simpatici e mi piacerebbe aiutarvi, ma proprio non posso. Sono solo un direttore di filiale, i finanziamenti vengono decisi a livello centrale.”

(Esterno giorno, al parco cittadino)

S: “E adesso che si fa?”

L: “Pensavo di accettare la proposta di Mini-Soft. Lo stipendio è buono. Fanno gestionali per commercialisti.”

S: “Uao. Elettrizzante.”

L: “E’ pur sempre un lavoro, lo sai che dobbiamo farci un po’ di esperienza, prima.”

S: “Si, a me hanno proposto di fare help-desk. Cominciamo a tirar su due soldi, ma prima o poi…”

(Interno giorno, abitazione)

S: “Su, dai! Io mi sono già licenziato! Ora tocca a te!”

L: “Non mi hai ancora spiegato quale sarebbe il business che hai in mente…”

S: “Ricordi il motore di ricerca? Ho per le mani un grosso cliente che ha bisogno proprio di quello.”

L: “Dai! E cosa ci farebbe?”

S: “Questo è uno che diversi anni fa ha informatizzato la fabbrica. Il capo contabile ha ricevuto un computer ma niente programmi nè formazione perché l’acquisto dell’hardware ha esaurito il budget, Lui poi si trovava bene con la carta, i suoi registri. Gli è stato intimato di arrangiarsi da solo, perciò ha cercato di adattare le sue conoscenze al nuovo mezzo. Risultato: sono dieci anni che tiene la contabilità usando Notepad.”

L: “Mmmh. Ma non è rischioso? Forse dovremmo fare una srl… metti che sbagliamo a indicizzare i dati e ci denuncia!”

S: “Non preoccuparti: ho pensato a tutto, ho anche già registrato un dominio, con il nome del cane, quella razza che piace a te, ricordi? Poi un segugio per un motore di ricerca è azzeccatissimo. E ho anche un logo! (mostra la pagina web).”

L: “Sergio, guarda che non si scrive così.”

“Ah… no?”