a ripensarci oggi……

Era
il due maggio (data significativa: avrei dovuto aspettare un intero
anno per godermi la festa dei lavoratori!), ero stato assunto in una
azienda metalmeccanica come programmatore informatico. Il contratto di
assunzione era già per me il mio bastone del comando. Quel semplice
foglio di carta mi aveva trasformato: indossavo camicia stirata di
fresco, vestito grigio e scarpe di vero cuoio: quel foglio era il
mio visto d’ingresso per il mondo del lavoro, il mondo vero.
Mi vedevo già a capo di quella grossa fabbrica e delle sue assordanti presse.

Il
mio capo mi si presentò come il perfetto informatico anni 80: occhiali
di tartaruga, camice bianco indossato sopra la giacca, decine di penne
nella tasca e badge magnetico (allora inesistente) per l’accesso
riservato alla sala computer.

Procedemmo
alla mia vestizione: per gli occhiali non potei fare niente, dovetti
tenere i miei di plastica, ma camice, penne e badge
diventarono presto di mia dotazione: feci così il mio ingresso
nella sala computer: stanza dei tesori accessibile solo a noi
informatici: enorme, bianchissima, algida, con dei computer immensi che
producevano ronzii assordanti.

Il
mio capo cominciò a parlare: io stavo già immaginando un discorso del
tipo: “-figliolo, tutto quello che vedi un giorno sarà tuo-” e invece
lui, con mossa da vero prestigiatore, non so come, materializzò una
scopa, me la pose in mano e mi disse: “- c’è molta polvere qua dentro,
iniziamo dando una bella pulitina-” e lasciò chiudere dietro di sè la
porta della sala dei tesori, abbandonandomi solo con i miei sogni
di carriera, i computer e la scopa.

Oggi,
che tocca a me fare il discorso di benvenuto a chi viene a lavorare con
noi, considero quel gesto la più grande lezione di vita mai
ricevuta al di fuori della famiglia: la dignità del lavoro è da
ricercarsi nel come si svolge un’attività e non nell’attività stessa.

Metaforicamente,
ho sempre in un angolo del mio ufficio la scopa del mio capo e la
considero l’arma segreta non solo della mia (seppur breve) carriera
lavorativa, ma della mia stessa vita.

E la vostra “arma segreta”, qual’è?

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