Lo strano caso del Web 2.0

“… Bene, tutto molto bello Mr. PiccoloImprenditore. Ora mi sono più chiare queste dinamiche, i social, la rete. Avrebbe anche dei casi di successo da illustrarci? A parte i soliti tre o quattro, intendo.”

E’ a questo punto della riunione che mi chino, facendo finta di prendere un documento dalla borsa. In realtà estraggo un fumogeno che innesco sotto lo sguardo basito dell’Amministratore Delegato e del Direttore Marketing, saturando in un attimo la stanza e facendo scattare l’allarme antincendio. Gente che corre, sedie rovesciate. Urla, accorre qualcuno dal corridoio. Recupero il notebook dal tavolo della presentazione e stringendomelo al petto mi tuffo infrangendo la finestra sul retro. Rotolo sul selciato, confidando nel perfetto funzionamento del meccanismo di shock-protection disponibile su questi portatili (MacBook Pro).

Mentre mi affretto per raggiungere il parcheggio principale, una domanda mi assilla: perchè? E’ la quarta presentazione nel giro di 3 settimane che finisce così. Perchè è così difficile “vendere” il web 2.0 alle aziende?

Forse è prima di tutto una questione di nomi. “Web 2.0” è abusato e troppo ampio. “Web partecipativo” è in italiano. “Social media” no, troppa assonanza con “mass media”. In fondo la posta elettronica esiste da parecchio tempo ma nessuno l’ha mai etichettata “social” pur avendo molte caratteristiche proto-social. Cosa rende “social” questi cosi? La rete di contatti? Il FOAF? Forse sono solo degli strumenti che servono alla necessità di socializzare. Si, strumenti sociali.

 Social tools, può andare.

Raggiunto il mezzo mi accorgo di essere inseguito dagli agenti della sicurezza. Parto a tavoletta sollevando una nuvola di polvere e ghiaia. All’uscita il custode ha  azionato il cancello automatico che lentamente si sta chiudendo. Tiro quindi al massimo il 50cc del mio Apecar… presto… presto… si sta chiudendo… più veloce…  maledizione! Non ce la faccio. Inchiodo proprio davanti all’uscita, col cancello ormai a mezzo metro dalla chiusura completa. Scendo, metto la mano davanti alla fotocellulla causandone la riapertura, riparto sgasando e benedicendo le normative sulla sicurezza in materia di  chiusure automatiche (EN 12453-EN 12445).

Lungo i 245 km di statale che mi separano da casa ho tempo di pensare. In fondo sto cercando di vendere strumenti sociali. Cosa fa la gente per socializzare? Cazzeggia, perlopiù. Discute del tempo. Chiacchera. Vendere strumenti per l’automazione del cicaleccio alle aziende non è una grande idea, se il cicaleccio non riguarda loro. No, serve un’altra strategia. La collaborazione. La gente collabora meglio se riesce anche a socializzare. Si, questa può funzionare. Grandi progetti, l’open source. Ottimo. Aggregazioni spontanee, temporanee e informali di individui che guidati da un progetto comune lo portano a compimento a costi ridotti e tempi inferiori rispetto ai metodi tradizionali. I progetti social-collaborativi su Internet sono molto più efficienti. Perfetto.

Però le aziende nascono con lo stesso scopo:organizzare un gruppo di individui riducendo i costi di coordinamento. Quindi un “progetto collaborativo” su Internet lo vedranno come:

  1. minaccioso, se fa una cosa che fanno già le aziende tradizionali, che abbia un mercato ;
  2. irrilevante, se fa una cosa per cui non c’era mercato prima, perché troppo costoso o perché non possibile tecnicamente;

Esiste il terzo caso? E’ possibile trovare business che hanno un mercato e trasferirli nelle mani della “collaborazione collettiva” senza perderne completamente il controllo? Per dirne una, come li pago poi? C’è parecchio da lavorare, qui.

Arrivato a casa, riabbraccio i bambini e la moglie. Lei alza un sopracciglio, mi guarda sospettosa e mi fa “hai dei frammenti di vetro sul colletto… non ti starai mica vedendo con un’altra?”

Ah, le donne.

13 pensieri su “Lo strano caso del Web 2.0”

  1. Disclaimer: Risposta seria.Aiuta avere dei casi di TUA implementazione per delle aziende degli strumenti, a me è capitato almeno 2 volte di chiudere perchè in effetti in tempi non sospetti avevamo avviato progetti con blog, mash-up etc. ed eravamo gli unici "in gara" ad averlo fatto.

  2. Arrivo a te da FF per amicizie comuni…questo post oltre ad essere molto diveretente 🙂 pone delle questioni sul 2.0 molto interessanti a cui vorrei con molta umiltà poter rispondere con un (breve) commento..spero. Ho paura che il modello aziendale "classico" difficlmente accetterà e implementerà le strategie legate al 2.0 per un problema molto semplice e che accenni anche tu e cioè il prodotto. anche il prodotto deve essere 2.0, deve nascere e svilupparsi dagli utenti fino alla possibilità estrema di essere esso stesso "autocostruito" dai medesimi. e restituire un ulteriore feedback che produca altre idee. In questo modo i costi si abbattono notevolmente e l’innovazione è assolutamente implicita e non minacciosa.Ti parlo con un minimo di esperienza reale, sono titolare con il mio compagno di un’agenzia di design MKTG http://www.eon-zone.blogspot.com/ ed ho lanciato un prodotto semplicissimo e se vuoi banale con una strategia progettuale e commerciale assolutamente 2.0 che sta funzionando. sono in fase di rilancio per cercare di diffondere su un livello istituzionale questa forma di condivisione multipla che vede coinvolti soggetti diversi che dal design arrivino al mercato. Noi ci crediamo da sempre e continueremo sul nostro cammino.Mi spiace essere stata un pò autoreferenziale ma non avevo altra maniera per poter commentare questo post, contenta come sempre di scoprire che l’argomento e aperto e che il mio piccolo "figlio" 2.0 riuscirà a crescere sereno e consapevole di esistere!Grazie e ci vediamo nel momdo 2.0!arch. roberta castiglione (FB)

  3. Lo trovi sul mio blog (lLe Scarpine di Sveva)http://www.creakit.blogspot.com/si tratta di un kit Scarpine Baby (0-3m) in DIY (Do It Yourself)….sembra banale in realtà è realizzabile da tutti (anche uomini!!) in 2 ore, quindi facilissimo, ma è soprattutto personalizzabile quindi ogni paio di scarpine diventa un paio unico e speciale!! (la personalizzazione è diventato un elemento molto richiesto dal mercato, vedi Cinquecento FIAT -999 tipi). L’abbiamo considerato in fase progettuale insieme alla facilità di realizzazione e precisamente le istruzioni in soli 5 punti con disegni.Siamo riusciti finalmente a creare il ritorno di feedback con le nostre clienti e questo è il risultato a cui aspiravamo dall’inizio di questa storia, ed ora il cerchio quadra!! http://creakit.blogspot.com/2009/04/fatte-da-voimade-by-youle-scarpine-di.htmlIl blog contiene anche altro materiale, idee di personalizzazione da me proposte nel tempo, e recensioni curate sempre da me di idee artistiche, commerciali, di designer che parlano di 2.0 o DIY, per diffondere la cultura dell’autocostruzione e della condivisione. (utopia?)Scusami ma se non mi avessi domandato nulla non ti avrei "vomitato" addosso tutto! Te la sei cercata tu!!Grazie per la curiosità…ci rende vivi tutti!!roberta

  4. ..rileggo i miei commenti…scusami per le tante parole ma questo prodotto e il ns progetto futuro ha anche bisogno di voi! grazie grazie per l’attenzione..roberta

  5. e mannaggia, è dura la vita! è dura vendere idee a chi non usa il cervello!la strategia migliore è sempre quella antica: " tu mi dici cosa devo fare, e io lo faccio! "

  6. Quoto Logico in pieno…Oppure bisogna essere così bravi da far credere al cliente che l’idea geniale l’ha avuta lui…Di solito ci riesco con il marito, con i clienti non ho molto successo…

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