Lo strano caso del Web 2.0 (quarta puntata)

(Le altre puntate qui, qui e qui)

“Oh, mi scusi! Non pensavo ci fosse ancora qualcuno a quest’ora.”

Alzo la testa dal portatile e in fondo alla sala vedo l’uomo delle pulizie, che fa per allontanarsi. “No, si figuri” lo richiamo, “faccia pure. Anzi adesso raccolgo le mie cose e vado, faccia come non ci fossi.”

La sala riunioni è completamente illuminata dai neon, fuori ormai buio. Il resto dell’ufficio silenzioso. E’ un uomo sulla cinquantina, non molto alto, sorride paziente. Ha il carrello pieno di stracci e detersivi. Mi fa un  cenno ad indicare la guancia:  “la tastiera?”.

“Come?”

“I segni della tastiera. Si deve essere addormentato sul PC. Ha tutte le lettere sulla faccia” dice avvicinandosi “e pure una piccola mela morsicata sul naso.”

“Ah, eh, si, ecco… si, ho avuto una riunione pesante, diciamo.”

“Che lavoro fa? Consulente?”

“Si, sono un consulente. Internet e Web 2.0.”

“Ah! Anche ieri avevamo qui un consulente Web 2.0. Un tipo simpatico, ma un po’ strano. Ha lasciato un libretto rosso che non ha letto nessuno e alla fine l’ho usato per pareggiare una scrivania traballante.”

“Forse ho presente chi é.”

“La sua riunione, tutto bene?”

“Si… cioè no. Sono abituato ad un’accoglienza tiepida ma stavolta c’era proprio diffidenza. E’ come se volessero la conferma che tutto questo è solo uno scherzo, una bolla che si dissolverà presto. In effetti quando mi hanno chiesto “ROI?” non avrei dovuto rispondere “Oui, c’est moi.” ”

“Ah, il ROI!” – esclama divertito -“Mi sembra di essere tornato indietro di dieci anni. Allora si litigava per decidere se dare l’accesso a Internet ai dipendenti… oggi a Facebook… è proprio vero che la storia si ripete.”

“Lei conosce Facebook?” chiedo, un po’ incredulo.

“Come no! Sicuro. Certo i miei figli preferirebbero di no, ma è molto comodo. Anche se è un po’ un casino, c’è dentro veramente di tutto. Però per le foto è comodo.”

“Si figuri che metà delle persone presenti in riunione oggi di Facebook aveva solo sentito parlare. Al telegiornale.  E io che vendo social tools per la collaborazione fra i dipendenti avevo l’impressione di parlare un po’ al vento.”

“Eh già. Comunque la vedo dura che meccanismi di collaborazione orizzontali piacciano a chi impersona la gerarchia, che costino poco o tanto.”

“Ehm… si, vero. D’altra parte però capisco la loro esigenza di misurare il ritorno a fronte di un investimento e qui io non ho risposte pronte.”

“Si, ma non comprano mica un macchinario!” –  ribatte, avvicinandosi alla lavagna e iniziando uno schizzo – “ Stiamo parlando della combinazione di persone, processi e capitale informativo… database e tutto il resto. Nessuno di questi ha un valore che può essere misurato in sé. Credo che l’impatto in termini finanziari si possa misurare solo indirettamente: il loro valore dipende dal loro effetto sulla capacità dell’azienda di realizzare la sua strategia, di avere risultati.  La tecnologia e la conoscenza hanno sostanzialmente un effetto leva, fanno raggiungere il successo più rapidamente alle aziende virtuose e accelerano il declino delle altre.” conclude con passione.

“Scusi se mi permetto ma… lei fa le pulizie qua dentro, giusto? Perché, come dire, mi sembra ben ferrato su questi temi.”

“Ehm, insomma.  Sa, io riordino le scrivanie, svuoto i cestini… non ha idea di quanti report e piani strategici vengano cestinati ogni giorno. Tante idee, anche belle, scartate dal management. Io le porto a casa e con calma me li leggo. Lavoro qui da più di quindici anni e nel tempo mi sono fatto una cultura. Mi compro anche qualche libro ogni tanto, sa? L’ultimo che ho preso parla del modello a quattro direzioni. E poi ne ho un altro che dice che in futuro sarà tutto gratis.”

“Ho presente anche questi, si.”

E continua pensieroso “Sa una cosa? Mi sono reso conto che alla fine viene accettato ciò che non minaccia l’ordine costituito. Forse la vera innovazione può venire solo dall’esterno, forse il management dell’innovazione è una pessima idea. Forse la sto annoiando…” conclude sorridendo.

“No, anzi. Senta, questo è il mio biglietto da visita. Magari mi può telefonare e se ha voglia ci possiamo rivedere, le offro da bere e ne parliamo con calma.”

“Mah, se ci tiene… volentieri, mi farebbe piacere. Qui non è che mi tengano molto in considerazione. A parte il padrone: é lui che mi ha assunto e trova sempre dieci minuti per fare quattro chiacchere anche con me. Anzi, sa che le dico? Secondo me dovrebbe parlare direttamente con lui. Magari appena lo vedo glielo propongo.”

Il ritorno in Apecar è insolitamente piacevole. Fa caldo, gomito fuori dal finestrino e fari accesi nella notte. Rifletto. L’uomo delle pulizie con la passione per Internet non me lo sarei mai aspettato. 

Ma forse è perché predico bene,  poi il primo a non vedere il cambiamento sono io.

Working Capital Torino – Cartolina

Cartolina dal Working Capital a Torino: durante la discussione sull’innovazione, Nicola Mattina manda sul maxischermo il flusso in real-time della ricerca su FriendFeed.

I relatori (presidente di Grande Azienda, direttore di Importante Quotidiano, rettore di Primaria Università) parlano parlano ma ad un certo punto, prima di sfuggita e poi sempre più insistentemente, iniziano a osservare il maxischermo e a guardare in alto, negli occhi, la conversazione che li riguarda, che accade alle loro spalle.

Mi é sembrata un’immagine bellissima.

Drinking from the firehose

La traduzione potrebbe essere, più o meno, “bere dall’idrante dei pompieri”: è la sensazione che molte persone mi riportano chiedendomi come faccio a star dietro alla massa di informazioni che riceviamo da Internet. News, segnalazioni di amici, e-mail contenenti un link e con oggetto “guarda questo”.

La risposta breve è: non ci riesco 🙂

La risposta lunga è: ci provo, usando un processo affinato nel tempo, sicuramente migliorabile, che ho provato a riassumere in poche slides.

Ovviamente chi avesse suggerimenti è assolutamente il benvenuto 🙂

Vodafone, tethering e il maggior valore

Scopro (via Max Trisolino) che Vodafone intenderebbe far pagare un balzello aggiuntivo ai possessori di iPhone con relativo piano dati qualora decidessero di usarlo come modem (il famoso tethering introdotto con l’aggiornamento 3.0). In pratica non si potrebbero usare i Gb già pagati per il traffico dati da iPhone, pur utilizzando lo stesso dispositivo per l’accesso a Internet.

Questa mossa (se confermata) lascerebbe agli utenti Vodafone le seguenti possibilità:

  • non pagare, maledicendo Vodafone ogni qualvolta si abbia la necessità di collegarsi a Internet col proprio notebook (livello di bruciore: medio);
  • pagare, maledicendo Vodafone per l’esborso aggiuntivo (livello di bruciore: alto);
  • passare ad altro operatore, maledicendo Vodafone per averli spinti fra le peripezie della portabilità (livello di bruciore: medio-basso, ma con arrossamenti).

Dall’articolo:

Tra le ipotesi c’è quella di un maggior “valore” attribuito ai MB trasferiti sul computer (che può fare cose che iPhone non fa) rispetto a quelli che si scaricano direttamente sul cellulare.

Speriamo che sia solo l’ennesimo complotto della Sinistra. Intanto il tethering sugli iPhone con SIM Vodafone è disabilitato.

A questo punto perché non far pagare di più le chiamate in vivavoce? In fondo per me che sto guidando rappresentano un maggior valore. Edit: no, non ho scritto niente. Mica che gli vengano strane idee. 

Disclaimer: sono abbonato Vodafone, recentemente migrato da altro operatore.

FriendFeed e la regolazione del volume

 

(Image courtesy of CoolestTees)

Essendo avverso a ogni forma di ballo quando partecipo ad un rinfresco di matrimonio sono solito ritrovarmi impegnato in conversazioni con altri uomini non-danzanti (e nel caso non ve ne siano  temporeggio bevendo spuma).

Friendfeed mi ricorda molto questo genere di consessi. Tipicamente sono al tavolo con FOAF mai visti prima (“io sono il cugino dello sposo, voi siete amici della sposa?” “io sono il suo ex” “anche io” “anche io” “anche io, però sono anche il fotografo” “io spero di essere il prossimo”) e vengo introdotto nelle conversazioni in virtù di questi legami.

Come su FF, fingendo di rifornirmi di salatini con nonchalance passo da un gruppetto all’altro, da una conversazione all’altra.

Quel che mi manca molto su FF è la capacità di modulare il volume in base al thread.

Mi spiego: prendiamo il caso di due miei amici A e B .

foaf

Se io commento o gradisco un post di A, B si ritroverà il post di A nel suo stream, in quanto potenzialmente interessante.

foaf-stream

Purtroppo però a volte (quasi sempre) i miei commenti sono banali facezie condite di doppi sensi e giochi di parole, quindi B si ritrova esposto a una conversazione per lui poco interessante, a del rumore di fondo. A invece condivide con me la passione per il calembour e gradisce molto questi miei interventi.

Sono di fronte a un bivio: come posso accontentare A senza annoiare B?

L’ideale (imho) sarebbe utilizzare i gruppi per limitare il broadcast. Nel commentare il post di A, indico che quella conversazione va limitata ai miei contatti nel gruppo “quelli in grado di sopportarmi”. B non viene a conoscenza del post di A, se non attraverso altri FOAF.

Ah, per concludere il parallelo FF/rinfresco di matrimonio posso dire che la Grande Azienda è la sposa che ci rimane male perché ha pianificato tutto per mesi e ora, proprio quel giorno, la gente fa quello che vuole.

Wordcamp, tavola rotonda giornalisti-blogger

Ero al Wordcamp 2009, per assistere alla tavola rotonda fra giornalisti e bloggers.

C’era già stata un’anteprima su Friendfeed (vedi minimarketing).

Ad un certo punto Marcello Foa (La Stampa), che fino a quel momento diceva cose intelligenti e condivisibili, ha tirato fuori l’argomento delle statistiche: “cosa parliamo a fare di contenuti tanto poi le pagine più cliccate sono quelle del grande fratello/noemi/veline”.

E’ la variante del più comune “il pubblico vuole merda, diamogli merda”.

Non ho fatto in tempo a intervenire perché lo spazio per le domande era poco e le domande molte. Al posto mio è intervenuto un ragazzo che ha spiegato che se muore Il Foglio (5mila copie la tiratura) ci saranno persone disperate che non potranno sopravvivere. Altro mal non venga, ho pensato.

Mi sarebbe piaciuto ribattere dicendo che

  • ci clicchiamo, ma non vuol dire che ci piace
  • “gli uomini si assomigliano molto nelle loro emozioni primordiali, e si differenziano molto nei loro interessi culturali. Chi è costretto a fare grandi numeri, gli basta essere volgare” (Foster Wallace citato da Gaspar Torriero qui)

Ma non ascoltavano Gaspar Torriero seduto sul palco insieme a loro, figuriamoci se avrebbero ascoltato me.

Lo strano caso del Web 2.0

“… Bene, tutto molto bello Mr. PiccoloImprenditore. Ora mi sono più chiare queste dinamiche, i social, la rete. Avrebbe anche dei casi di successo da illustrarci? A parte i soliti tre o quattro, intendo.”

E’ a questo punto della riunione che mi chino, facendo finta di prendere un documento dalla borsa. In realtà estraggo un fumogeno che innesco sotto lo sguardo basito dell’Amministratore Delegato e del Direttore Marketing, saturando in un attimo la stanza e facendo scattare l’allarme antincendio. Gente che corre, sedie rovesciate. Urla, accorre qualcuno dal corridoio. Recupero il notebook dal tavolo della presentazione e stringendomelo al petto mi tuffo infrangendo la finestra sul retro. Rotolo sul selciato, confidando nel perfetto funzionamento del meccanismo di shock-protection disponibile su questi portatili (MacBook Pro).

Mentre mi affretto per raggiungere il parcheggio principale, una domanda mi assilla: perchè? E’ la quarta presentazione nel giro di 3 settimane che finisce così. Perchè è così difficile “vendere” il web 2.0 alle aziende?

Forse è prima di tutto una questione di nomi. “Web 2.0” è abusato e troppo ampio. “Web partecipativo” è in italiano. “Social media” no, troppa assonanza con “mass media”. In fondo la posta elettronica esiste da parecchio tempo ma nessuno l’ha mai etichettata “social” pur avendo molte caratteristiche proto-social. Cosa rende “social” questi cosi? La rete di contatti? Il FOAF? Forse sono solo degli strumenti che servono alla necessità di socializzare. Si, strumenti sociali.

 Social tools, può andare.

Raggiunto il mezzo mi accorgo di essere inseguito dagli agenti della sicurezza. Parto a tavoletta sollevando una nuvola di polvere e ghiaia. All’uscita il custode ha  azionato il cancello automatico che lentamente si sta chiudendo. Tiro quindi al massimo il 50cc del mio Apecar… presto… presto… si sta chiudendo… più veloce…  maledizione! Non ce la faccio. Inchiodo proprio davanti all’uscita, col cancello ormai a mezzo metro dalla chiusura completa. Scendo, metto la mano davanti alla fotocellulla causandone la riapertura, riparto sgasando e benedicendo le normative sulla sicurezza in materia di  chiusure automatiche (EN 12453-EN 12445).

Lungo i 245 km di statale che mi separano da casa ho tempo di pensare. In fondo sto cercando di vendere strumenti sociali. Cosa fa la gente per socializzare? Cazzeggia, perlopiù. Discute del tempo. Chiacchera. Vendere strumenti per l’automazione del cicaleccio alle aziende non è una grande idea, se il cicaleccio non riguarda loro. No, serve un’altra strategia. La collaborazione. La gente collabora meglio se riesce anche a socializzare. Si, questa può funzionare. Grandi progetti, l’open source. Ottimo. Aggregazioni spontanee, temporanee e informali di individui che guidati da un progetto comune lo portano a compimento a costi ridotti e tempi inferiori rispetto ai metodi tradizionali. I progetti social-collaborativi su Internet sono molto più efficienti. Perfetto.

Però le aziende nascono con lo stesso scopo:organizzare un gruppo di individui riducendo i costi di coordinamento. Quindi un “progetto collaborativo” su Internet lo vedranno come:

  1. minaccioso, se fa una cosa che fanno già le aziende tradizionali, che abbia un mercato ;
  2. irrilevante, se fa una cosa per cui non c’era mercato prima, perché troppo costoso o perché non possibile tecnicamente;

Esiste il terzo caso? E’ possibile trovare business che hanno un mercato e trasferirli nelle mani della “collaborazione collettiva” senza perderne completamente il controllo? Per dirne una, come li pago poi? C’è parecchio da lavorare, qui.

Arrivato a casa, riabbraccio i bambini e la moglie. Lei alza un sopracciglio, mi guarda sospettosa e mi fa “hai dei frammenti di vetro sul colletto… non ti starai mica vedendo con un’altra?”

Ah, le donne.